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Spazio Blow up

... Dall'omonimo film del 1966. Ispirato ad un racconto dello scrittore argentino Julio Cortazar, il film di Michelangelo Antonioni ritrae il mondo patinato della società consumistica della Londra degli anni sessanta. In questo mondo, dove le persone scontano la solitudine e l’indifferenza dovute alla mancanza di comunicazione, quest’ultima diventa una forma espressiva puramente convenzionale che riduce le cose ad un “segno” privo di una qualsiasi consistenza ontologica.Forse è difficile immaginare, o ricostruire oggi l'effetto dirompente che dovette avere "Blow-up" sul pubblico, almeno per un doppio motivo: da una parte, la fascinazione della "Swingin' London" di cui tutto il film è permeato, che nel pieno degli anni '60 doveva rappresentare un'idea di novità, di bellezza, di colorata contemporaneità; dall'altra, lo sgomento e lo stupore di una storia "aperta", dove neppure il finale può aiutarci a sciogliere l'enigma che ha preso corpo nel corso del film. Dopo i film di Resnais, come "Hiroshima mon amour" o "L'anno scorso a Marienbad", quello di Antonioni era il primo in cui l'ambiguità della storia narrata fosse tanto forte, così da lasciare lo spettatore nell'incertezza continua, e costringendolo a interrogarsi sulla natura stessa della visione. Le teorie sull' "opera aperta" fatte conoscere al grande pubblico da Umberto Eco trovavano così, quattro anni dopo l'uscita del saggio di Eco, espressione cinematografica. Ma, insieme con lo sgomento, il soggetto del film crea anche nello spettatore una inattesa euforia: la sensazione che la macchina, in questo caso quella fotografica, possa rivelare aspetti del reale che l'occhio non è capace di cogliere. Erano gli anni del boom della fotografia e delle riviste fotografiche, e tutti gli appassionati fotoamatori si saranno sentiti dei piccoli David Hemmings in cerca del loro segreto, appassionante mistero da svelare.

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HANNO ESPOSTO :

 

Alessandro Zonin (Verona 1964)

    Con la luce da vita ai personaggi dei film,

    con gli scatti pennella i quadri.

  • Fotografi di scena:

Rosy Giua (Cagliari 1964)

 

Matteo Curridori (1974)

Fabrizio Saddi (1974)

Antonio Lucrezio (Foggia 1956)

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